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Una notte in Italia (al Bar Blu Puro di Bergamo vedendo Bosnia-Italia)

Una notte in Italia (al Bar Blu Puro di Bergamo vedendo Bosnia-Italia)
Siamo superiori, la sblocchiamo subito con Kean, un’iradiddio, potrebbe essere un trionfo. Invece ci incasiniamo, Bastoni si fa espellere, andiamo in tilt, giochiamo alla viva il parroco, sfioriamo la pena calcistica. Ci affidiamo a nostro Signore del fubal ignorante nonostante manchi un’eternità alla fine delle ostilità. Partiamo col classico catenaccio post mortem, ma siamo vivi e sbagliamo tre gol fatti che pure io a cinquant’anni col piattone. Ci dominano, ce menano, resistiamo soffrendo. Fanno il pari. Protestiamo a cazzo, così come dei pupi a cui hanno rubato il ciuccio bello della Chicco. Entriamo nella nostra zona comfort, la psico Italia. Adani inizia a gufare. Si piange e si ride, si fuma in tutti i bar italici. Si maledice tale Bregovic, omonimo del bravissimo drammaturgo pacifista. Donnarumma fa miracoli. Al Blu Puro le citazioni evangeliche si sprecano. Un vecchino sgrana un rosario francescano trovato chissà dove mentre i suoi quattro soci fanno finta di non essere interessati agli azzurri giocando a scopa all’asse con una certa verve. Apro una tennents nonostante il dottor Tramonte mi abbia tolto nel pomeriggio un dente del giudizio che mi si era cariato un anno fa. Me ne fotto. Mi chiudo in un silenzio carico di significati che però ignoro. Mi sovvien l’eterno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei. Vinicio, il mio primogenito, mi manda un messaggio per dirmi che sono il suo papà preferito. Andiamo ai supplementari. Faccio la pipì. Mi lavo la faccia e torno in trincea. Mi accorgo che Calafiori è il sosia uomo della mia ex. Lo stimo perché l’amavo. Due ragazzi di origine marocchina mollano. Al Blu Puro restiamo in tre, Lina, la titolare cinese, è compresa nel pubblico pagante. Palestra va in porta, un bosniaco lo stende, l’arbitro non lo espelle e gli azzurri la buttano in caciara. Passano i minuti, mi fisso su una cartolina da Cuba dell’anno novantanove. A sorpresa arriva Nik, uno dei migliori collaboratori del mio giornale. Gli offro un bicchiere. Ragioniamo un attimo sull’amore, sulla morte, sulle imminenti fusioni tra diversi club dilettantistici, sul giro dei direttori sportivi in Serie D e su altri misteri ad ora irrisolvibili. Si va ai rigori. Arrivano a vedere la tv anche i quattro vecchini che giocavano a carte. Portano male, lo sento. Contro la paura faccio la foto di rito che vedete, tutti belli radunati. Siamo nelle mani di Gigio. Non mi fido. Prego. Recito al volo tre Padre Nostro e cinque Ave Maria. Rifletto profondamente sulla solitudine dei centroavanti. Pio Esposito la sbaglia tirando in curva. Poi è una via crucis. Lagrime come se piovesse. Gesù non mi ascolta più: adesso ne sono sicuro e ne valuterò le conseguenze pallonare. Siamo una squadra fortissimi, ma anche stavolta non andiamo ai Mondiali. È una notte in Italia, se la vedi, in questo sguardo di luna.
Matteo Bonfanti