5a serie A – Torino, Allianz Stadium – domenica 20 settembre (ore 18)
Juventus – Atalanta 2-0 (1-0)
JUVENTUS (3-4-2-1): Vicario 6; Kalulu 6,5, Bremer (cap.) 6,5, Lucumí 7; Nico Gonzalez 6,5 (26′ st Koopmeiners 6), Douglas Luiz 6, McKennie 7 (41′ st Woltemade sv), Celik 6,5; Francisco Conceicao 7 (27′ st Zhegrova 7), Alajbegovic 6 (1′ st Sarr 6); Kolo Muani 7,5 (44′ st Kelly sv). A disp.: 23 Pinsoglio, 40 Radu; 4 Gatti, 24 Rugani, 43 Pagnucco, 49 Makiobo. All.: Luciano Spalletti 7.
ATALANTA (4-3-3): Carnesecchi 6,5; Bellanova 6,5, Kristensen 5,5, Scalvini 5, Bernasconi 5,5; Samardzic 6 (18′ st Raspadori 5), Kessie 6 (27′ st Gaetano 6), Ederson (cap.) 6; De Ketelaere 6, Krstovic 5,5 (27′ st Scamacca 5,5), Rowe 6 (39′ st Elmas sv). A disp.: 22 Pompei, 57 Sportiello; 23 Kolašinac, 40 Obrić, 43 Mirra, 77 Zappacosta, 8 Pašalić, 59 Zalewski. All.: Maurizio Sarri 5,5.
Arbitro: Zufferli di Udine 6 (Tegoni di Milano, Colarossi di Roma 2; IV Marcenaro di Genova, V.A.R. Valerio Marini di Roma 1, A.V.A.R. Antonio Giua di Olbia).
RETI: 28′ pt Conceicao (J), 32′ st Bremer (J).
Note: spettatori 40.351 di cui 277 nel settore ospiti. Ammoniti Kristensen, Conceicao e Kessie per gioco scorretto. Tiri totali 14-11, nello specchio 7-3, parati 5-3, respinti/deviati 4-3. Corner 4-5, recupero 1′ e 3′.
Torino – Hai voglia a dire che la Juve, galvanizzata dalla manita in Europa League al NEC dopo 1 punti nelle ultime 2 partite di campionato, è sempre la Juve. Il problema è che l’Atalanta non è né al suo livello, né a quello del proprio recentissimo passato, né a quello di altri, a ruota delle sconfitte con Roma e Cagliari. E adesso la sosta impone riflessioni, senza voler dare la croce addosso ad anima viva. Conceicao sorprende tutti palla a terra. Bremer in cielo da situazione inattiva, cose semplici fatte male da chi deve difendere: calcetto da destra di Zhegrova da ultimo corner bianconero, Scalvini sovrastato in torsione e Raspadori a metterci invano la pancia invece che attaccarsi al palo, tipo Rivera nella semifinale messicana del Settanta prima di infilare il 4-3. Era eccome una sfida tra tecnici e il fissismo non paga. Spalletti vira al 4-2-3-1 nella ripresa cambiando pelle altre due-tre volte e Sarri al 4-2-4 oltre metà frazione, per chiudere col modulo abituale in punta di avvincendamento Rowe-Elmas, ma la Dea non cava lo stesso un ragno dal buco perdendo la terza di fila, a dimostrazione che la filosofia della rivoluzione tattica a zona più che un primo piatto viene vissuta come un pastone indigesto.
Un primo tempo che a titolo di recriminazioni bergamasche può riassumersi nella sbandata a tre Bernasconi-Rowe-Scalvini sul taglio fatale del mancino portoghese accompagnato da Celik, con l’arcenese andato sul terminale unico di casa, e le proteste per il tiraggio della maglia di Kalulu all’inglese ex Bologna, raggiunto dal filtrante di Samardzic alla mezzora. Il tutto a distanze di tre giretti d’orologio. Del serbo, a piede debole, il primo tiro in porta uscito strozzatissimo e a palombella molle su retrosponda di un Krstovic a cui la linea a tre bianconera taglia regolarmente la via della profondità, al decimo. I bianconeri cominciano da subito senza essere martellanti, tenendo sul pezzo Carnesecchie a difesa del palo lungo il tracciante di Kolo Muani (2′) una volta fatto fuori Kristensen. De Ketelaere qualcosa prova a inventare. Stoppato dal futuro assistman locale al settimo, a cronometro triplicato accarezza la svettata mollissima di Rowe che rimbalza lemme fino alle braccia dell’estremo juventino, roba fotocopiata alle soglie del recuperino senza praticamente impatto.
Non si rischia mai l’eccesso di appunti a taccuino, nonostante ritmi abbastanza sostenuti al netto della consueta tendenza nerazzurra a pensarci troppo perdendosi tempi di gioco interi. Se lo spauracchio francese di Spalletti è fuori equilibrio largo sul secondo palo sul cross del mancato atalantino Alajbegovic a tiro del quarto d’ora, il montenegrino là davanti non vede la boccia o giù di lì, vedi chiusura di Lucumì (24′) a rimedio del buco preso nell’occasione da Bremer lungo il tracciante bernasconiano dall’out di competenza.
L’accelerata di Rowe oltre il quarto della ripresa, seguita alla schiacciata larga di Nico Gonzalez da azione d’angolo, è una prova tecnica di impattata su cui Vicario distende felicemente corpo e braccio. All’ottavo Krstovic prova il movimento d’incontro, eppure Samardzic non trova di meglio che sganciare qualcosa a mezza via fra suggerimento non si sa a chi e crossetto; poco più tardi, le fughe dell’apripista dello score, dettate nel taglio a sinistra dall’ariete e chiusa da Bellanova, e in corridoio da McKennie per sbattere addosso a Scalvini (10′). La sporca dozzina quasi vale il bis, anche se la zuccata dell’americano servita da sinistra dall’argentino è favore di pugni serrati del riminese tra i legni. La vera paratissima, però, è di Kolo Muani che al 17′ sull’angolo di Samardzic deve salvare capra e cavoli sul terzo tempo schiacciato di Kristensen con un intervento sempre di testa.
Gonzalez al settantesimo trova l’ostacolo ederson senza saltarlo né ricavarne la battuta dalla bandierina, Zhegrova invece imbecca bene Sarr, contestuale all’intervallo al cambio di sistema infine approdato a un sostanziale tridente, per il tuffetto di Carnesecchi che a mezzora trascorsa la toglie dall’angolino alla propria sinistra. Jack, entrato a mo’ di 4-2-4, la lavora per l’ingrato Ederson, bravino in copertura quanto evanescente dalla cintola in su (34′) e dal mirino appannato verso l’alto. Il raddoppio c’è già stato, il tris di Muani in slalom all’ottantotto non c’è perché carnesecchi piazza il piedone. Presa anche a Koopmeiners dalla bandiera, alla fine perfino Kristensen prova a piazzarla, ma in curva e tanti saluti. Adesso partono i nazionali: il 12 arriva il Venezia e il 15 il Pafos per lo start della fase campionato della Conference League, ma forse si tratta di scegliere in modo drastico perché così non può andare.
Simone Fornoni