Skip to content

Scoprendo l’arte moderna grazie a Pablo Atchugarry, un amico, simpatico, giocoso, il più grande artista oggi al mondo

Scoprendo l’arte moderna grazie a Pablo Atchugarry, un amico, simpatico, giocoso, il più grande artista oggi al mondo
Di Pablo, insomma lui, Atchugarry, attualmente il più grande artista al mondo, l’energia che ha tutta intorno, irresistibile, che, se lo vedo a zonzo, parto al volo ad abbracciarlo stretto, per incontrare quella cosa morbida e finissima che lo muove a Lecco come in Sud America, la dolcezza. Poi la propensione agli scherzi, che qualche mese fa eravamo lì tutti ad aspettarlo, in trecento, donne e bambini compresi, per un evento mio, e a cinque minuti esatti dal fischio d’inizio, nascosto appena dietro di me, mi chiama dicendomi “mi spiace, Matte, sono dovuto scappare a Montevideo. Prendo l’aereo. Ti racconterò”. Quindi, più di tutto, il viaggio che non ho fatto mai e che ha deciso di farmi intraprendere, scoprire il mistero che si cela dietro a ogni opera moderna o contemporanea, che “non è quello che vedi, ma è quello che senti”.
Questa settimana sono stato a Roma, sono andato alla Galleria Nazionale, c’era la personale di Pablo, il punto più alto della sua carriera. Per arrivare nella sala dedicata a lui mi sono perso in mille e passa stanze. C’era questo artista giovane e irriverente che grazie a uno specchio aveva reso la sua installazione infinita ed eccezionale, c’erano i lasciti al mondo di Modì e di Wharol, c’era l’opera omnia del Pistoletto, c’era qualcosa che io non avevo visto mai per mancanza di tempo e di attenzione, il guardare oltre le cose.
Sono un giornalista sportivo, non so nulla di nulla di arte figurativa, eppure mi sono emozionato, desiderando nelle mie quattro ore libere che la galleria fosse ancora più grande.
Ad un certo punto mi sono imbattuto finalmente nelle sculture di Pablo, la sua mirabile avventura tagliando il marmo di Carrara lungo gli argini della luce per rendere di ghiaccio l’intorno, persino fuori, nella memoria mia, ma pure collettiva, tra il cuore, l’Italia, l’Uruguay, le stelle e l’universo. Gli artisti sanno rendere magico il normale, giocano con le distanze, gli effetti dell’occhio, scelgono materiali e lampade per rendere tutto piccino picciò o gigante come la via lattea, magari nella stessa opera, a seconda del momento, del caldo, dei brividi, di dove sei sentimentalmente. È il caso di Pablo, un genio.
Il giorno dopo l’ho incontrato, era con la sua donna, Silvana, una ragazza splendida. Pablo era stanco perché gli artisti di grido sono uguali alle pop star e c’è sempre una banca o una fondazione da cui andare per promuovere questo o quello, il su o il giù, l’avanti e l’indietro. Tra di noi poche parole, cerchi nell’acqua tra anime mosse dai sorrisi necessari se si ha in testa il sogno di costruire un mondo migliore e ci si scopre simili, lontani, ma uguali. Ho sospeso per un attimo gli abbracci di cui mi nutro con lui e ci siamo fermati davanti a un’istallazione che ci rendeva protagonisti senza aspettarcelo, “questa è l’arte, Matteo, un gioco per far stare bene chi ci finisce dentro”.
Matteo Bonfanti