Per comprendere Vladimir Putin bisogna, prima di tutto, liberarsi di due immagini ugualmente comode e ugualmente insufficienti: quella del tiranno irrazionale, mosso da una nostalgia imperiale quasi patologica, e quella dell’uomo costretto dagli eventi, innocente esecutore di una reazione resa inevitabile dall’espansione occidentale. La storia, come quasi sempre accade, è meno indulgente e più complessa. Putin si trovò a ereditare una Russia che aveva perduto un impero, un sistema economico, una posizione internazionale e, in larga misura, la fiducia in se stessa; gli toccò il compito, quasi sovrumano, di restituire continuità a uno Stato uscito dagli anni Novanta umiliato, impoverito, attraversato da oligarchie, separatismi, corruzione e da un senso di sconfitta che l’Occidente, comprensibilmente soddisfatto della propria vittoria, non sempre seppe misurare. Non si tirò indietro. Si assunse quel peso, lo fece con una volontà che negli anni sarebbe diventata sempre più ferrea, con una concezione verticale del potere e con una convinzione destinata a segnare l’intera sua parabola: la Russia poteva essere povera, ferita, perfino temporaneamente debole, ma non avrebbe dovuto accettare di diventare irrilevante.
Quando Putin giunse al Cremlino, tra il 1999 e il 2000, la grande stagione dell’illusione post-sovietica era già finita. L’Unione Sovietica si era dissolta nel 1991, il Patto di Varsavia era scomparso, la Germania si era riunificata nella NATO, mentre l’Alleanza atlantica, anziché dissolversi insieme al proprio antagonista storico, aveva cominciato ad allargarsi verso est. Nel 1999 erano entrate Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca; nel 2004 sarebbero arrivate, fra le altre, Estonia, Lettonia e Lituania, cioè tre ex repubbliche sovietiche. Per Washington e per i paesi dell’Europa centro-orientale si trattava dell’estensione volontaria di un’area di sicurezza e democrazia, della definitiva emancipazione di Stati che avevano conosciuto l’egemonia sovietica e non volevano tornarvi; per Mosca, lo stesso movimento poteva essere letto come l’avanzata progressiva dell’architettura militare della potenza vincitrice fino ai confini russi. Le due interpretazioni non si escludono: un paese può aderire liberamente a un sistema che, nello stesso momento, accresce l’influenza della grande potenza posta al centro di quel sistema.
Fu in questo spazio ambiguo che maturò il conflitto. Il 1999 vide anche la guerra del Kosovo, condotta dalla NATO contro la Jugoslavia senza autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, episodio destinato a lasciare una traccia profonda nella percezione russa dell’ordine internazionale, non proprio super partes. Da allora Mosca avrebbe ripetutamente accusato l’Occidente di applicare il principio di sovranità quando gli conveniva e di superarlo quando riteneva di possedere una superiore giustificazione politica o morale. Soprattutto morale, secondo il ben noto principio che il fine giustifica il mezzo. È difficile negare che questa critica contenesse una parte di verità, così come sarebbe scorretto dimenticare che la Russia avrebbe, negli anni successivi, utilizzato argomenti analoghi per giustificare proprie azioni in Georgia, Crimea e Ucraina. Le grandi potenze, antiche o moderne, hanno spesso la singolare capacità di considerare difensivo ciò che fanno esse stesse e aggressivo ciò che fa l’avversario.
Il discorso pronunciato da Putin alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio 2007 costituisce, da questo punto di vista, un passaggio obbligato. Vi si trova già quasi tutto: la denuncia dell’unipolarismo americano, la critica all’allargamento della NATO, il rifiuto di un ordine internazionale nel quale una sola potenza potesse stabilire le regole, la richiesta che la Russia fosse nuovamente trattata come soggetto e non come oggetto della politica europea.
Nei primi anni, tuttavia, sembra esservi stato in Putin anche qualcosa di più di un semplice tentativo di ricostruire la forza russa: la speranza che, chiusa la parentesi sovietica, la Russia potesse essere finalmente riconosciuta come una grande potenza europea, diversa dall’Occidente ma parte della medesima civiltà, ammessa a concorrere alla costruzione del nuovo ordine continentale non nella posizione subordinata dello sconfitto, bensì su un piano di dignità e di sostanziale parità. Nel 2001, parlando al Bundestag in un’atmosfera che oggi sembra appartenere a un’altra epoca, Putin evocava ancora una casa comune europea e una Russia aperta alla cooperazione; per anni rimase presente l’idea di uno spazio continentale capace di estendersi idealmente dall’Atlantico al Pacifico, nel quale Mosca non fosse né periferia asiatica né antico nemico da contenere, ma uno dei grandi centri della civiltà europea. Quanto vi fosse in questa aspirazione di calcolo strategico e quanto di autentico desiderio di riconoscimento non può essere stabilito; ma è difficile comprendere pienamente l’amarezza successiva senza considerare anche la possibilità di una delusione. La Russia non chiedeva soltanto sicurezza: chiedeva che le fosse riconosciuto uno status, e forse Putin avvertì progressivamente che l’Occidente era disposto ad accoglierla come partner finché ne accettava l’ordine, assai meno come potenza chiamata a determinarlo insieme agli altri. Monaco, nel 2007, può essere letto anche come il momento in cui quella speranza comincia pubblicamente a trasformarsi in risentimento.
Un anno dopo, al vertice NATO di Bucarest, Georgia e Ucraina ricevettero la promessa politica che un giorno sarebbero diventate membri dell’Alleanza, senza però ottenere né una data né le garanzie immediate che avrebbero reso quella promessa una reale protezione. Fu forse la combinazione più pericolosa: abbastanza per allarmare Mosca, non abbastanza per proteggere realmente i paesi interessati.
Ma sarebbe riduttivo leggere Monaco soltanto come una rivendicazione di potenza. Fra il 2012 e il 2013 Putin rese esplicita una dimensione più profonda del proprio pensiero, quasi antropologica, che l’analisi geopolitica occidentale tendeva facilmente a relegare nel campo della retorica identitaria. In “Russia: The Ethnicity Issue”, del 23 gennaio 2012, definì il popolo e la cultura russi il perno e il collante di una civiltà multietnica, fondata su un particolare codice culturale; al Valdai Club, il 19 settembre 2013, andò ancora oltre, sostenendo che nessun paese può avanzare senza una propria autodeterminazione spirituale, culturale e nazionale e che perfino crescita economica, prosperità e influenza geopolitica dipendono, in ultima analisi, dalla qualità della società, dalla sua forza intellettuale, spirituale e morale, dalla capacità dei cittadini di riconoscersi in una storia, in valori e tradizioni comuni. La Russia veniva così descritta non semplicemente come uno Stato, ma come uno “Stato-civiltà”; cultura, memoria e identità non erano, in quella visione, ornamenti sentimentali della politica, bensì elementi sostanziali dell’equazione strategica che Mosca riteneva di dover risolvere. In quel discorso del Valdai, tuttavia, quel codice culturale riceveva contenuti assai concreti: Putin richiamava le radici cristiane della civiltà europea, la famiglia tradizionale e la continuità fra le generazioni, denunciando ciò che considerava la progressiva rinuncia dell’Occidente alle identità nazionali, culturali, religiose e perfino sessuali; legava così la dignità dell’uomo, la fede, la famiglia e la memoria non a un semplice conservatorismo dei costumi, ma alla capacità stessa di una società di conservarsi, riconoscersi e quindi restare politicamente forte. È un passaggio essenziale per comprendere la successiva lettura putiniana del confronto con l’Occidente: alla pressione militare e geopolitica si sovrapponeva il timore di una penetrazione culturale, percepita come capace di dissolvere dall’interno ciò che l’accerchiamento strategico minacciava dall’esterno.
Putin conquistò simpatie presso persone e movimenti occidentali che percepivano le trasformazioni legate a genere, sessualità, multiculturalismo, secolarizzazione e cosiddetta cancel culture come un attacco alla famiglia tradizionale, all’identità culturale e alla continuità storica dell’Occidente.
Putin comprese che una grande potenza non compete soltanto con eserciti ed economia, ma anche offrendo un’immagine dell’uomo e della società. Da questo punto di vista la sua critica all’Occidente non era soltanto geopolitica; diventava valoriale. La Russia veniva proposta come luogo nel quale alcuni valori che l’Occidente liberale stava relativizzando sarebbero invece rimasti protetti. La ricerca più recente parla esplicitamente di una proiezione internazionale russa dei “traditional values” e perfino di una rete transnazionale conservatrice costruita attorno a questa narrativa.
Questo spiega anche un apparente paradosso: si poteva essere occidentali, perfino profondamente occidentali, e simpatizzare culturalmente con Putin proprio perché si riteneva che la Russia stesse difendendo una parte dell’eredità occidentale contro l’Occidente contemporaneo stesso che l’abbandonava e corrompeva.
La guerra russo-georgiana del 2008 fu il primo avvertimento serio che la Russia avrebbe potuto utilizzare la forza per impedire ulteriori arretramenti nel proprio spazio strategico; la crisi ucraina del 2014 rese la questione definitiva. La caduta di Viktor Janukovyč dopo le proteste di Maidan, l’annessione russa della Crimea e la guerra nel Donbass trasformarono l’Ucraina nel punto di collisione fra due movimenti storici opposti: da una parte un paese nel quale una parte crescente della società cercava nell’Europa e nell’Occidente la propria futura collocazione, dall’altra una Russia che considerava la perdita definitiva dell’Ucraina non soltanto una riduzione della propria profondità strategica, ma una mutilazione di uno spazio storico e culturale percepito come intimamente connesso alla propria identità.
È proprio qui che si incontra la contraddizione più profonda di Putin. L’idea che russi e ucraini condividano secoli di storia, religione, lingua, famiglie e memoria non è un’invenzione propagandistica; diventa però politicamente pericolosa quando dalla comunanza storica si fa discendere un diritto di influenza sul futuro politico dell’altro. Nel saggio del 2021 sull’unità storica di russi e ucraini, Putin rese esplicita una visione che da tempo sembrava accompagnarne il pensiero: l’Ucraina non era, ai suoi occhi, semplicemente uno Stato confinante, ma una parte di una vicenda russa più ampia, che l’Occidente stava progressivamente trasformando in una piattaforma strategica anti-russa. Si può comprendere la percezione senza accettarne la conseguenza. La storia condivisa non cancella la sovranità; l’integrità culturale percepita da una grande potenza può diventare, vista dall’altra parte del confine, una pretesa imperiale, quasi una missione cui, forse, nessuna grande Nazione può oggettivamente sottrarsi.
Gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 avrebbero dovuto impedire che questa contraddizione esplodesse definitivamente, ma rimasero sospesi fra interpretazioni incompatibili, interessi divergenti e una fiducia ormai quasi inesistente. Nel dicembre 2021 Mosca arrivò a porre sul tavolo richieste drastiche: garanzie che l’Ucraina non sarebbe entrata nella NATO e una revisione sostanziale dell’assetto militare occidentale nell’Europa orientale. Stati Uniti e NATO accettarono di discutere missili, esercitazioni, trasparenza e controllo degli armamenti, ma considerarono non negoziabile il principio secondo cui Mosca non poteva possedere un veto sulle future alleanze di Kyiv (N.d.R. — Nel testo si adotta la forma Kyiv, traslitterazione dall’ucraino Київ, anziché la tradizionale Kiev, derivata dal russo Киев; la scelta intende rispettare la denominazione propria dello Stato ucraino e, con essa, la sua sovranità.).
Si giunse così al punto nel quale due principi, entrambi presentati come essenziali, divennero incompatibili: il diritto dell’Ucraina di scegliere il proprio orientamento e il diritto rivendicato dalla Russia a non vedere la propria sicurezza modificata da quella scelta.
Il 24 febbraio 2022 Putin decise di sciogliere quella contraddizione con la forza. È il punto sul quale ogni tentativo di comprensione deve fermarsi prima di trasformarsi in assoluzione. Tutto ciò che precedette la guerra spiega perché essa divenne possibile; nulla rendeva inevitabile la decisione di invadere l’Ucraina su vasta scala. Quella scelta fu russa, e in ultima istanza fu la scelta dell’uomo che aveva concentrato nelle proprie mani il potere necessario per prenderla.
Fu anche, quasi certamente, il suo errore più grave. La rapidità dell’offensiva verso Kyiv, l’ampiezza delle direttrici di attacco e l’insufficienza delle forze impiegate indicano che Mosca aveva valutato male almeno tre elementi: la capacità dell’esercito russo, la solidità dello Stato ucraino e, soprattutto, la volontà degli ucraini di combattere. Putin, che aveva così spesso richiamato l’Occidente a non sottovalutare la storia e l’identità dei popoli, sottovalutò precisamente la storia e l’identità che si erano formate in Ucraina. Pensò, con ogni probabilità, che una pressione militare travolgente avrebbe prodotto un rapido collasso politico; ottenne invece una resistenza che trasformò la guerra in un fattore potentissimo di consolidamento nazionale ucraino. Oppure si illuse sulla vera inclinazione del popolo ucraino.
È difficile immaginare che una decisione di tale portata sia stata presa senza dubbi, senza timori, senza l’angoscia di chi sa che, una volta impartito un ordine simile, non esiste più un vero ritorno alla situazione precedente; non è lecito attribuire a Putin sentimenti che non si possono documentare, ma sarebbe altrettanto artificiale raccontare una simile vicenda come se a decidere fosse stata una macchina priva di memoria, orgoglio, paura e coscienza del rischio. Dietro la freddezza pubblica restava un uomo che aveva dedicato oltre vent’anni a ricostruire la potenza russa e che, in pochi giorni, metteva quella costruzione in gioco. Forse proprio la convinzione di non poter più arretrare, dopo aver interpretato, e patito, per anni ogni arretramento come il preludio di una perdita ulteriore, rese possibile una decisione altrimenti difficilmente spiegabile.
Quando il piano iniziale fallì, tuttavia, emerse un tratto che appartiene indiscutibilmente alla sua leadership: la capacità di adattarsi senza abbandonare l’obiettivo fondamentale. La Russia ritirò le forze da Kyiv, mobilitò centinaia di migliaia di uomini, trasformò l’economia, ampliò la produzione militare, costruì linee difensive, accettò perdite enormi e convertì una guerra che avrebbe dovuto essere rapida in una competizione di logoramento. Qui l’Occidente commise un errore speculare: dopo avere inizialmente sopravvalutato l’esercito russo, rischiò di identificare il fallimento operativo del 2022 con la fragilità strategica dello Stato russo. Le sanzioni produssero costi reali, l’isolamento tecnologico rese più difficile la modernizzazione, la guerra divorò uomini e capitale, ma la Russia non collassò; dimostrò, ancora una volta, una capacità di sopportare costi che la lettura occidentale aveva forse misurato con categorie troppo occidentali. E produssero anche qualcosa che forse l’Occidente non avrebbe voluto: l’allontanamento dall’Europa doveva essere un isolamento non un avvicinamento alle potenze orientali.
È una costante antica della storia russa, che non deve essere romanticizzata né trasformata in una qualità biologica dei popoli: nel 1812 la perdita di Mosca non significò la resa e Napoleone fu sconfitto, nel 1941 perdite territoriali e umane catastrofiche non significarono la resa, e le forze dell’Asse furono sconfitte. La memoria storica, la profondità territoriale, la struttura dello Stato e la disponibilità del potere a trasferire sulla società il costo della guerra creano soglie di sopportazione differenti. La domanda decisiva non è quanto dolore una società dovrebbe razionalmente tollerare secondo chi la osserva dall’esterno, ma quale costo essa, o il suo sistema politico, consideri inferiore a quello della sconfitta.
La primavera del 2022 offrì, intanto, una finestra negoziale che merita di essere ricordata senza mitologie. A Istanbul si discusse realmente di neutralità ucraina, garanzie internazionali, dimensioni delle forze armate, Crimea e futuro europeo dell’Ucraina; non esisteva ancora un trattato definitivo pronto alla firma, ma neppure è più sostenibile l’idea che non vi fosse alcuna possibilità concreta di compromesso. La scoperta delle atrocità di Bucha, il fallimento russo davanti a Kyiv e la crescente fiducia ucraina modificarono profondamente il clima; contemporaneamente, a Londra e Washington si diffuse la convinzione che la Russia potesse essere indebolita continuando a sostenere la resistenza ucraina. La visita di Boris Johnson a Kyiv nell’aprile 2022 non può essere seriamente descritta come l’atto di un uomo che, da solo, strappò un accordo già concluso; rappresentò però una linea occidentale sempre più convinta che, dopo avere scoperto i limiti dell’esercito russo, fosse possibile ottenere combattendo risultati migliori di quelli offerti da un compromesso immediato. Il quinto asso sfilato dalla manica occidentale.
Qui la guerra cambiò natura. Non era più soltanto il tentativo russo di imporre un nuovo equilibrio all’Ucraina; diventava anche uno scontro sul futuro ordine europeo. Gli Stati Uniti, come Roma in epoche lontanissime e con strumenti incomparabilmente diversi, avevano costruito un sistema nel quale l’estensione della propria sicurezza tendeva a coincidere con l’estensione di un ordine considerato universale: alleanze, basi, istituzioni, mercati, dipendenze tecnologiche, protezioni. Non si tratta dell’impero territoriale romano, ma di una forma di egemonia reticolare, nella quale gli Stati rimangono formalmente sovrani pur collocandosi all’interno di una struttura il cui centro strategico resta Washington. Da Mosca questa espansione appariva inevitabilmente diversa da come appariva a Varsavia, Tallinn o Kyiv; ciò che per alcuni era liberazione, per altri era accerchiamento. L’errore storico fu forse credere che, dopo il 1991, una delle due percezioni avesse cessato di esistere.
Gli anni successivi avrebbero logorato tutte le certezze. La controffensiva ucraina del 2023 non produsse lo sfondamento atteso; la Russia dimostrò di poter apprendere, fortificarsi e continuare; l’Ucraina dimostrò, a sua volta, di poter innovare, colpire in profondità e sopravvivere. Nel 2024 e nel 2025 il tempo divenne esso stesso un’arma, perché Putin poteva attendere non soltanto il logoramento militare di Kyiv, ma quello politico della coalizione occidentale. L’elezione di Donald Trump mutò infatti il quadro: Washington tornò a parlare direttamente con Mosca, ammise pubblicamente che il recupero integrale dei territori e l’ingresso immediato dell’Ucraina nella NATO non potevano essere trattati come esiti scontati, esercitò una fortissima pressione su Zelensky e, quando si accorse che anche Putin rifiutava compromessi che giudicava insufficienti, cominciò a esercitare pressione anche sulla Russia.
Al settembre 2026 la guerra non ha ancora consegnato una vittoria definitiva a nessuno. Putin non ha conquistato l’Ucraina, non ne ha sostituito il governo, non ha ricostruito attorno alla Russia lo spazio politico che immaginava; ha invece visto Finlandia e Svezia entrare nella NATO, l’Europa riarmarsi e l’identità ucraina consolidarsi in opposizione a Mosca. E tuttavia neppure l’Occidente ha ottenuto ciò che molti immaginavano nel 2022: la Russia non è crollata, Putin non è stato rovesciato, le sanzioni non hanno imposto il ritiro e gli Stati Uniti sono tornati a trattare con il Cremlino sulle condizioni della sicurezza europea. L’Ucraina, infine, ha salvato la propria esistenza politica, ma a un costo umano, territoriale e demografico immenso.
È in questo bilancio incompleto che appare il paradosso di Putin. Si può sostenere che abbia individuato prima di molti altri la crisi dell’ordine unipolare, la crescente insofferenza verso l’egemonia americana, la necessità per la Russia di non accettare passivamente un continuo arretramento strategico; si deve però aggiungere che, nel tentativo di fermare quel processo con la forza, ha prodotto una parte considerevole di ciò che temeva. Ha costretto gli Stati Uniti a tornare a riconoscere la Russia come interlocutore indispensabile, ma ha reso l’Europa più diffidente e più armata; ha impedito, almeno finora, l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, ma ha spinto Kyiv molto più profondamente nell’Occidente; ha conquistato territori, ma potrebbe avere perduto per generazioni la vicinanza politica e sentimentale di un popolo che considerava parte dello stesso mondo storico.
Rimane allora l’immagine di un uomo che si è caricato sulle spalle un compito smisurato, cercando di piegare realtà e circostanze con una volontà raramente vista nella politica europea contemporanea, e che proprio per questo non poteva non incontrare il limite che attende chiunque tenti di governare la storia come se fosse materia docile. La grandezza politica, se esiste, non consiste nell’assenza di errore; consiste anche nella misura degli errori che si è costretti a compiere quando le decisioni riguardano popoli, confini, generazioni. Putin ha certamente sbagliato, e alcuni suoi errori sono stati terribili; resta da stabilire, quando questa vicenda sarà davvero conclusa, se la storia lo giudicherà come l’uomo che salvò alla Russia il rango di grande potenza accettando un prezzo spaventoso, oppure come colui che, tentando di preservarne l’integrità storica e strategica, accelerò proprio quelle trasformazioni che più temeva. È una risposta che oggi non è ancora possibile dare con onestà; e forse, proprio per questo, è la domanda con la quale conviene fermarsi.
Professor Silvano Tramonte
Bibliografia essenziale
Charap, Samuel; Radchenko, Sergey, “The Talks That Could Have Ended the War in Ukraine”, Foreign Affairs, 16 aprile 2024.
Hill, Fiona; Gaddy, Clifford G., Mr. Putin: Operative in the Kremlin, nuova edizione ampliata, Brookings Institution Press, Washington, 2015.
Mearsheimer, John J., “Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault”, Foreign Affairs, vol. 93, n. 5, settembre-ottobre 2014, pp. 77-89.
Plokhy, Serhii, The Russo-Ukrainian War: The Return of History, W. W. Norton, New York, 2023.
Putin, Vladimir, “Speech and the Following Discussion at the Munich Conference on Security Policy”, Monaco, 10 febbraio 2007.
Putin, Vladimir, “On the Historical Unity of Russians and Ukrainians”, 12 luglio 2021.
Putin, Vladimir, “Russia: The Ethnicity Issue”, Nezavisimaya Gazeta, 23 gennaio 2012; “Meeting of the Valdai International Discussion Club”, 19 settembre 2013.
Sarotte, M. E., Not One Inch: America, Russia, and the Making of Post-Cold War Stalemate, Yale University Press, New Haven, 2021.
NATO, Bucharest Summit Declaration, 3 aprile 2008.