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Ora legale: cambia l’orologio, non la fase biologica

Ora legale: cambia l’orologio, non la fase biologica

ORA LEGALE PERMANENTE: PROVIAMO A GUARDARLA COME UN PROBLEMA DI FASATURA, NON DI OROLOGI
Visto che qui siamo in un gruppo pieno di ingegneri, tecnici e persone abituate a ragionare in termini di sistemi, sincronismi, anticipi, ritardi, feedback e riferimenti, provo ad affrontare la questione dell’ora legale permanente proprio in questi termini.
Perché secondo me il primo punto-trappola del discorso è confondere l’orologio con il tempo biologico.
Se sposto avanti di un’ora le lancette dell’orologio non ho spostato avanti di un’ora né la rotazione terrestre, né il sorgere del Sole, né il tramonto, né tantomeno l’orologio biologico dell’uomo. Questo è un dato importante da tenere a mente: se sposto le lancette dell’orologio il mio corpo non lo sa. Ho cambiato soltanto il numero che attribuisco a un determinato istante della giornata.
Detto in termini automobilistici: se sposto lo zero del comparatore non ho cambiato di un grado la fasatura dell’albero a camme rispetto all’albero motore e lo stesso avviene con l’orologio: spostiamo lo zero della scala convenzionale, non la relazione fisica fra rotazione terrestre, Sole e organismo. Naturalmente l’analogia si ferma qui, perché il sistema biologico, diversamente da un accoppiamento meccanico, possiede meccanismi di autocorrezione della fase. Ma proprio questi meccanismi sono il cuore del problema.

CHE COS’È DAVVERO L’OROLOGIO BIOLOGICO
L’organismo umano possiede oscillatori biologici endogeni. Il principale pacemaker circadiano si trova nel nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo, ma esistono oscillatori periferici praticamente in tutto l’organismo: fegato, pancreas, cuore, tessuto adiposo e così via. Questi sistemi continuano a oscillare anche senza vedere un orologio, ovviamente, e perfino in condizioni sperimentali nelle quali vengono eliminati i normali riferimenti temporali esterni.
Il periodo circadiano medio umano non è neppure esattamente di 24 ore: è circa 24,2 ore. Per questo deve essere continuamente riportato in fase con la giornata astronomica mediante segnali esterni, i cosiddetti zeitgeber, cioè “datori di tempo”. Il principale, di gran lunga, è il ciclo luce-buio che raggiunge la retina. Il nostro organismo non possiede un piccolo astronomo nell’ipotalamo che osserva l’orizzonte e dice: “il Sole è sorto, sono le 6.43”. Riceve invece continuamente informazioni luminose attraverso la retina e, sulla base soprattutto della fase nella quale queste informazioni arrivano, corregge anticipando o ritardando il proprio oscillatore.
La stessa luce può quindi produrre effetti differenti a seconda del momento biologico in cui arriva: la luce nelle ore serali tende generalmente a ritardare la fase circadiana; quella del mattino tende ad anticiparla. Intensità, durata e spettro contano, ma conta enormemente quando quella luce viene ricevuta. È la classica phase response curve dei sistemi circadiani.
A questo punto qualcuno, giustamente, potrebbe fare un’obiezione più raffinata: ma la luce del mattino non è diversa da quella della sera? Vero. La luce non è sempre uguale. Durante la giornata cambiano intensità e composizione spettrale. Quindi il nostro organismo potrebbe semplicemente “riconoscere” dalla qualità della luce se è mattina oppure sera? Non è proprio così. Lo spettro della luce conta, e conta parecchio. Il sistema circadiano dispone di vie retiniche particolarmente sensibili a determinate lunghezze d’onda e quindi la composizione della luce modifica certamente l’efficacia del segnale.
Ma lo spettro non è un codice orario.
Il cervello non osserva la luce delle 10 del mattino e dice: “questa ha la firma spettrale delle 10.00, dunque devo regolare l’orologio sulle 10”, anche perché la qualità della luce varia enormemente con nuvole, stagione, latitudine, ambiente, vetri, vegetazione e mille altre condizioni. Alba e tramonto possono perfino presentare alcune caratteristiche simili. Il sistema funziona in maniera più sofisticata, infatti possiede già una propria oscillazione interna e interpreta il segnale luminoso in funzione della fase biologica nella quale quel segnale arriva. In altre parole non deve ricavare ogni mattina da zero “che ora è” osservando il colore del cielo, ma sa già, con una certa approssimazione, dove si trova nel proprio ciclo e usa la luce esterna per correggere continuamente eventuali anticipi o ritardi.
Facciamo un esempio molto semplice. Supponiamo che normalmente mi svegli alle 7, ma una mattina dorma fino alle 10 e quindi non veda affatto l’alba. Alle 10 apro le finestre ed entro in piena luce. Il mio sistema circadiano non pensa che siano le 7 perché quella è la prima luce che ha visto perché il suo oscillatore interno ha continuato a funzionare mentre dormivo e si trova già nella propria fase mattutina. La luce delle 10 agirà quindi su un sistema che sa già biologicamente di trovarsi nella parte mattutina del ciclo e contribuirà alla sua sincronizzazione. Questo però non significa che svegliarsi regolarmente alle 10 sia biologicamente equivalente a ricevere luce dall’alba in poi. Se tutti i giorni elimino sistematicamente la luce delle prime ore del mattino, ricevo molta luce più tardi e rimango esposto alla luce fino a sera inoltrata, modifico progressivamente il complesso dei segnali che regolano la mia fase circadiana e posso favorire uno spostamento verso una fase più tardiva.
A questo punto il concetto diventa interessante anche dal punto di vista tecnico: l’orologio circadiano non ricava l’ora assoluta da una singola misura ma mantiene una propria oscillazione e corregge continuamente il proprio errore di fase confrontandosi con un riferimento periodico esterno. Concettualmente assomiglia molto più a un sistema agganciato in fase che a un sensore capace di leggere direttamente l’ora dall’ambiente. Quindi qualità, intensità e durata della luce contano, ma la variabile decisiva resta la relazione temporale fra quel segnale e la fase dell’oscillatore biologico.
Ed ecco perché, nella vita reale, alba e tramonto sono così importanti: non perché abbiano qualche proprietà magica in quanto eventi astronomici, ma perché rappresentano le due grandi transizioni quotidiane del segnale naturale luce-buio al quale la nostra fisiologia si è adattata.
E veniamo al punto. Quando in primavera decidiamo che quelle che ieri chiamavamo le 7 oggi si chiamano le 8, il Sole non ha ricevuto la circolare e continua a sorgere nello stesso momento astronomico, il nucleo soprachiasmatico non riceve l’aggiornamento automatico dell’iPhone, e la secrezione ormonale non legge la Gazzetta Ufficiale. Abbiamo semplicemente spostato di un’ora il riferimento sociale rispetto al riferimento naturale.
L’organismo può successivamente modificare in una certa misura la propria fase perché cambiamo anche le nostre abitudini, l’esposizione alla luce, l’ora dei pasti, l’attività, il momento in cui andiamo a letto e ci svegliamo. Quindi sarebbe scorretto dire che l’orologio biologico “non si adatta mai”.
MA NON SI ADATTA ALL’OROLOGIO CIVILE. SI ADATTA AI SEGNALI BIOLOGICI E AMBIENTALI CHE RICEVE.
Comunque e sempre.

MELATONINA, CORTISOLO E FASATURA
La melatonina, che regola il ciclo del sonno, presenta un ritmo circadiano molto marcato: aumenta nella sera biologica e raggiunge valori elevati durante la notte. La luce serale può sopprimerne la secrezione e, soprattutto se opportunamente temporizzata, ritardare la fase del sistema circadiano.
Anche il cortisolo, l’ormone dello stress, regola metabolismo, pressione, glicemia e si modula appunto sul ritmo circadiano con valori che aumentano nella parte finale della notte biologica e raggiungono il massimo intorno al periodo del risveglio; a questo ritmo si sovrappone inoltre il cosiddetto *cortisol awakening response*, la risposta al risveglio che fa aumentare i livelli di cortisolo fino al 70% nella prima mezz’ora. Ma melatonina e cortisolo non sono due interruttori comandati semplicemente dall’accensione e dallo spegnimento della luce. Sono parti di un sistema enormemente più complesso nel quale orologio centrale, sonno, attività, luce, sistema neuroendocrino e orologi periferici interagiscono continuamente. Il nucleo soprachiasmatico coordina numerosi ritmi fisiologici e la luce è il più potente segnale ambientale di sincronizzazione.
Chi lavora sui motori conosce bene il concetto: un sistema complesso funziona correttamente non semplicemente perché tutti i componenti funzionano, ma perché funzionano nella corretta relazione temporale gli uni rispetto agli altri.
Potremmo, a questo punto, chiederci: allora perché l’ora legale permanente è diversa dall’ora solare permanente?
Con l’ora legale prendiamo l’intera attività sociale e, rispetto al ciclo solare, la anticipiamo convenzionalmente di un’ora e Il risultato pratico è che sull’orologio alba e tramonto risultano un’ora più tardi. E questa è la ragione per cui tutti amano l’ora legale: “abbiamo un’ora di luce in più la sera”. Io non amo l’ora òlegale, tutt’altro, ma avere un’ora di luce in più alla sera rallegra anche me. Tuttavia, da medico, resto contrario.
Ma, in resaltà, dire che abbiamo guadagnato un’ora di luce in più, alla sera, è scorretto perché, di fatto, non abbiamo guadagnato neppure un fotone, abbiamo semplicemente preso un’ora di luce al mattino e l’abbiamo spostata alla sera. Il sole manco se ne accorge ma biologicamente mattina e sera non sono intercambiabili. La luce mattutina e quella serale producono effetti opposti sulla fase dell’orologio circadiano.
Ed è proprio qui che viene a cadere l’idea apparentemente intuitiva secondo la quale “purché abbiamo otto ore di luce, che differenza fa dove le mettiamo?”. Fa differenza eccome. In un sistema oscillante conta la quantità di segnale, certamente, ma conta soprattutto la sua fase rispetto all’oscillatore.
D’estate la questione è molto meno evidente perché abbiamo moltissime ore di luce ma d’inverno il prezzo biologicamente più interessante dell’ora legale permanente si vedrebbe in modo assai consistente.
Se con l’ora solare il Sole sorge, per fare un esempio, alle 7.45, con l’ora legale permanente sul nostro orologio sorgerebbe alle 8.45, ma scuola e lavoro continuerebbero magari a iniziare alle 8, quindi non abbiamo “spostato la giornata”. Però abbiamo imposto all’individuo di iniziare la propria giornata sociale un’ora prima rispetto alla giornata solare.
E più si sale di latitudine, più il problema può diventare evidente; inoltre pesa maggiormente nelle zone occidentali dei fusi orari, dove l’ora solare locale è già più ritardata rispetto all’ora civile.
Questo è uno dei motivi per cui le società scientifiche che si occupano specificamente di sonno e cronobiologia non sono affatto entusiaste dell’ora legale permanente.
La **American Academy of Sleep Medicine** sostiene esplicitamente l’abolizione del cambio stagionale ma raccomanda, fra le due alternative, **l’ora standard permanente**. Lo stesso fa la **Sleep Research Society**: abolire il cambio sì, ma non sostituirlo con l’ora legale permanente, perché l’ora standard è quella che mantiene un rapporto migliore con la biologia circadiana umana. Questa è una distinzione importante perché spesso il dibattito viene ridotto a: “cambio dell’ora sì o no?” lasciando credere alla gente che sia solo una questione di gusto personale.
Inoltre le alternative sono in realtà tre: mantenere il cambio due volte all’anno; adottare l’ora legale permanente; adottare l’ora solare permanente.
Dal punto di vista circadiano, non sono affatto equivalenti.
Il cambio primaverile introduce un disallineamento acuto e perdita di sonno nei giorni successivi; eliminarlo è ragionevole. Ma da questo non segue affatto che la soluzione migliore sia congelare permanentemente proprio l’ora legale. Le principali società scientifiche di settore arrivano alla conclusione opposta, anche se così la gente può godersi più luce dopo il lavoro, il che è vero e, come ho detto, non dispiace neppure a me ma è un argomento sociale, non biologico, e soprattutto ha una soluzione molto più razionale: cambiare gli orari delle attività umane invece di cambiare artificialmente il riferimento temporale di un intero Paese.
Se riteniamo assurdo che una persona entri in un ufficio alle 8.30 ed esca alle 17.30 dopo aver trascorso quasi tutta la giornata in un ambiente chiuso, discutiamo degli orari di lavoro. Se vogliamo permettere ai bambini di trascorrere più tempo all’aperto, discutiamo degli orari scolastici. Se vogliamo utilizzare meglio la luce disponibile, possiamo introdurre flessibilità, orari stagionali, pause più lunghe nelle ore centrali, anticipi o riduzioni dell’orario lavorativo dove possibile. Tutto questo è perfettamente discutibile.
Ma non raccontiamoci che mandando avanti di un’ora tutti gli orologi abbiamo modificato la giornata naturale. È come correggere sul display una temperatura che non ci piace e sostenere di avere raffreddato il motore.

CONCLUSIONE
Alla luce delle odierne evidenze e timori, io eliminerei il cambio dell’ora, ma tornerei all’ora solare stabile.
Tra i diversi riferimenti convenzionali possibili, è quello che mantiene il tempo sociale più vicino al ciclo naturale luce-buio sul quale si è organizzata la nostra fisiologia. Poi possiamo discutere quanto vogliamo di come organizzare meglio la nostra giornata. Anzi, dovremmo farlo. Forse il vero errore è proprio continuare a progettare la vita umana intorno agli orari dell’organizzazione produttiva e poi pretendere di sistemare il problema spostando le lancette dell’orologio.
L’orologio civile è una convenzione, il ritmo circadiano no.
E quando una convenzione entra in conflitto con un sistema biologico messo a punto da tempi enormemente più lunghi della nostra organizzazione sociale, personalmente preferirei modificare la convenzione. L’ora legale nasce in un tempo in cui nulla sapevamo di tutto ciò che ho tentato di chiarire, ma con tutte le ridicole e politicamente corrette preoccupazioni che ci facciamo per il benessere di ogni più piccola poco rappresentata e a volte anche assurda categoria di persone, non ci occupiamo di un fenomeno che colpisce, per molte persone è davvero così, la vita in modo assai sgradevole e con ricadute sull’efficienza, sull’attività e sulla salute, più o meno tutti e dunque socialmente assai conveniente.
Se oggi la Bioarchitettura si preoccupa di sfruttare il più possibile la luce naturale studiando sistemi che la convoglino all’interno degli ambienti di lavoro o delle scuole o delle abitazioni, soprattutto oggi in cui gli ambienti tendono ad essere più risicati e ristretti, significa che gli architetti hanno recepito la nozione di quanto importante la luce sia. E dunque, ognuno di noi dovrebbe preoccuparsi di riportare un poco di naturalezza nella propria vita, ricordando che siamo solo animali, pensanti, si, ma animali e degli animali conserviamo istinti, ritmi fisiologici, esigenze fisiche e meccanismi il cui rispetto si traduce con un miglioramento della salute, della quailità della vita e, perché no, della sua durata.
Professor Silvano Tramonte