Ci sono vittorie che non hanno bisogno di proclami, di rumore, di parole gridate. Arrivano in silenzio, si costruiscono lontano dai riflettori e spesso passano quasi inosservate fino al momento in cui diventano impossibili da ignorare. La stagione del Ponteranica è stata così: un cammino solido, coerente, fatto di lavoro quotidiano e risultati concreti. Ma soprattutto guidato da una figura che, per scelta e indole, ha sempre lasciato parlare il campo più che sé stesso.
Un allenatore che non abbiamo praticamente mai sentito parlare durante l’anno, perché ha preferito restare dietro le quinte, concentrato solo sul lavoro, sui ragazzi, sul progetto. E proprio per questo, oggi, diventa quasi doveroso ascoltarlo. Perché dentro questa vittoria c’è una storia che merita di essere raccontata con le sue parole, con la sua visione, con la sua umiltà.
Un mister che non ha mai cercato la scena, ma che ora, dopo aver portato la squadra al traguardo più importante, diventa inevitabilmente protagonista. Non per protagonismo, ma per merito. E perché alcune storie, a un certo punto, devono essere raccontate.
E questa è una di quelle: Mauro Coppini, classe 1982.
Dalle notti con il pallone ai campi dei professionisti
Il calcio, per lui, non è mai stato solo uno sport. È stato un richiamo, una presenza costante fin dall’infanzia.
«La mia carriera da giocatore parte dal settore giovanile del Brescia, che al tempo militava in Serie A, dove ho giocato fino ad affacciarmi alla prima squadra. Fare il calciatore era il mio sogno fin da piccolissimo, ricordo che dormivo abbracciato al pallone…»
Un’immagine semplice, ma potentissima. Dentro c’è già tutto: la dedizione, la purezza del sogno, la determinazione.
Col tempo, il campo gli assegna un ruolo preciso: difensore. Uno di quelli che costruiscono da dietro, che leggono il gioco, che fanno dell’affidabilità una virtù.
«A 16 anni sono stato chiamato alla Lazio, dove mi allenavo in prima squadra e giocavo in Primavera…»
Un passaggio importante, che segna il salto verso un calcio più grande. Poi il ritorno nel territorio bresciano, al Lumezzane.
«Ho militato per quattro anni nel Lumezzane: con questa squadra sono arrivato alla finale di playoff sfiorando la Serie B.»
Una delusione che lascia il segno, ma che contribuisce a formare carattere e mentalità. La carriera prosegue, con tappe significative.
«Di lì sono stato chiamato a Salerno, dove ho vinto un campionato di C1. Ho poi giocato anche per altre squadre, come il Lanciano e il Bellaria.»
Esperienze diverse, spogliatoi diversi, ma un unico filo conduttore: la crescita continua.
La scelta di ricominciare: nasce il mister
A trent’anni arriva una decisione che molti faticano a prendere: cambiare strada, quando tutto sembra già scritto.
«A trent’anni ho deciso di mettere da parte la carriera di calciatore perché avevo capito che “da grande” volevo provare a rincorrere il sogno di fare l’allenatore.»
Non è una rinuncia, ma una trasformazione. Un nuovo inizio che parte dai giovani.
«Ho iniziato con il Chievo Verona, dove sono stato per quattro anni il mister delle squadre agonistiche U15 e U16.»
Quattro anni fondamentali, dove si impara a insegnare, a comunicare, a costruire.
«Di lì, poi, ho allenato per una stagione l’U16 del Brescia, al tempo in Serie B, quindi sono passato ad allenare l’U17 dell’Hellas Verona (Serie A).»
Il filo rosso è chiaro: lavorare con i ragazzi, svilupparne il talento.
«Amo allenare i giovani e cercare di aiutarli a tirare fuori tutte le loro potenzialità…»
Ma dentro cresce anche un’altra esigenza: mettersi alla prova nel calcio dei grandi.
Ponteranica: un progetto che diventa casa
L’occasione arriva grazie alla visione del presidente Daniele Formenti.
«Quando mi è stato proposto di diventare il direttore tecnico dell’ASD Ponteranica ho visto un progetto lungimirante che mi è piaciuto subito.»
Non è una scelta casuale. È una decisione ponderata, basata su valori condivisi.
«Ho deciso di sposarlo inizialmente con il ruolo di direttore tecnico di tutte le squadre.»
Un lavoro strutturale, dietro le quinte, ma determinante. Poi la svolta.
«Dopo cinque partite, il presidente mi ha chiesto di assumere anche il ruolo di allenatore della prima squadra, ed eccoci qui.»
Da architetto del progetto a guida sul campo. Una doppia responsabilità che richiede equilibrio e visione.
Dare forma a una squadra vincente
Entrare in corsa non è mai semplice. Serve lucidità, ma anche coraggio.
«Prima di subentrare come allenatore della prima squadra, da direttore tecnico avevo strutturato tutta la preparazione pre-campionato.»
Un vantaggio importante, che permette continuità.
«Da mister, ho portato organizzazione e intensità nelle sedute d’allenamento e ho cercato di trasmettere grande coraggio a questi ragazzi, utile a imporre il nostro gioco contro tutti.»
Organizzazione, intensità, coraggio: tre parole chiave che diventano identità.
La costruzione di una mentalità
Le vittorie non arrivano per caso. Nascono da un processo quotidiano.
«Allenamento dopo allenamento, mi sono reso conto di avere a disposizione un gruppo di ragazzi di grande qualità, ho tracciato una strada e loro hanno avuto il grande merito di seguirmi.»
Qui sta il cuore della stagione: la sintonia tra guida e squadra.
«Tutti insieme siamo riusciti a raggiungere questo straordinario obiettivo.»
Ma ogni percorso ha i suoi momenti decisivi.
«Il primo scontro diretto in casa contro il Berbenno ci ha fatto capire che potevamo giocarcela contro chiunque…»
Una scintilla.
«Così come la vittoria in trasferta all’andata contro l’Aurora Terno Medolago ci ha dato grande forza e consapevolezza di poter arrivare fino in fondo.»
E da lì, la consapevolezza diventa certezza.
Una vittoria condivisa
Quando arriva il traguardo, non è mai solo di chi guida.
«La dedico in primis al nostro presidente Daniele Formenti, perché è riuscito in così poco tempo a portare grande entusiasmo.»
Una figura centrale, capace di creare le condizioni giuste.
«Questa poi è la vittoria di tutto il gruppo squadra, della dirigenza, ma anche del nostro settore giovanile…»
Un dettaglio che dice molto: i bambini e i ragazzi sempre presenti, sempre vicini.
«Sono stati una presenza costante alle partite e ci hanno sempre sostenuto con grandissimo calore.»
E poi, come in ogni storia vera, c’è la dimensione privata.
«La dedico alla mia famiglia, a mio figlio e alla mia compagna, che mi hanno sempre sostenuto, creduto in me e fatto grandi sacrifici.»
Oltre la vittoria: costruire il futuro
Il successo non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza.
«Siamo già al lavoro con il direttore sportivo Alessandro Salomoni, il direttore generale Pablo Passoni e il presidente Daniele Formenti per programmare la prossima stagione.»
Programmazione, visione, continuità.
«Al di là della prima squadra, puntiamo molto sul settore giovanile…»
Un’idea di calcio che guarda lontano.
«Il mio sogno è un giorno vedere diversi bambini della nostra filiera arrivare in prima squadra e poter insieme scalare le categorie.»
Non solo vincere, ma costruire.
La forza dei sognatori
A racchiudere tutto, resta una frase che non è solo una citazione, ma una dichiarazione d’intenti.
«Nelson Mandela diceva che “un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è mai arreso”…»
E in fondo, questa stagione lo dimostra.
Perché dietro ogni allenamento, ogni scelta, ogni partita, c’è stata una visione tenuta viva anche nei momenti difficili. Una fiducia costruita giorno dopo giorno.
Il Ponteranica ha vinto un campionato.
Ma questa squadra, questo mister, hanno fatto qualcosa di più: hanno dimostrato che i sogni, quando sono sostenuti da lavoro, coraggio e perseveranza, non restano tali.
Diventano realtà.
A.S.



