La prossima destinazione? Non si può annunciare, anche se è il Guidonia. Vicino casa, per Giovanni Lopez, all’addio istituzionale all’AlbinoLeffe davanti ai mass media a taccuini e telecamere spianate. “Quando ho detto al presidente Andreoletti che gli avevo fatto guadagnare un sacco di soldi, per tutta risposta ho ricevuto un ‘mister, lasci stare questo argomento’”. La battuta serve a spezzare i fili della commozione e dei rimpianti: “Volevo riavvicinarmi a casa, un’esigenza di famiglia verso mia moglie che è di Varese e mio figlio che è di Vicenza. Due tappe della mia esperienza da calciatore. Roma è casa. Ma porterò nel cuore il ricordo di tre anni straordinari tra uomini veri, competenti, che mi hanno messo in condizione di lavorare al meglio”.
Non si fa attendere la replica, con tante grazie e il buon augurio, del presidente Gianfranco Andreoletti: “Ci ha aiutato ad avere una tipologia di gioco d’un certo tipo e a raggiungere risultati che per la nostra realtà e la nostra dimensione sono importanti. Lo ringrazio e sono dispiaciuto per l’addio per motivazioni personali sulle quali non è il caso di entrare nel merito. Ha valorizzato i nostri giovani, ha lavorato al meglio che è l’aspetto fondamentale. Ci sono due giocatori in particolare che devono ringraziarlo. Mohamed Ali Zoma che gioca nel Norimberga e Issa Doumbia che è al Venezia: oggi ci ha fatto visita e mi ha regalato la maglia, come Zoma sotto Natale. Hanno avuto la fortuna di avere un maestro che li ha messi in campo facendogli crescere; anche loro due devono dire grazie a Lopez”.
Il tecnico capitolino, laziale di tifo e formazione calcistica, una Coppa Italia sollevata a primavera 1997 in biancorosso, parla della Bluceleste come il non plus ultra da referente al di qua della riga di gesso. “Non ho ambizioni di carriera, non mi vedo in serie A come Alvini, passato di qui prima di me. Lascio un percorso importante al capezzale di una squadra inizialmente in difficoltà, reduce da uno spareggio playout. Abbiamo ricostruito, al secondo anno abbiamo fatto i playoff, al terzo li abbiamo sfiorati. Gli obiettivi fissati col presidente il primo giorno sono stati raggiunti – rimarca l’uomo in panchina all’addio -. Sono stati tre anni bellissimi in campo e fuori. Mi sono commosso quando ho riferito di non aver intenzione di prolungare il contratto per un’altra stagione. Lascio con grande difficoltà. Sono doverosi i ringraziamenti a una società fantastica, composta da uomini veri come pochi se ne trovano in giro. Mi sono stati perdonati errori e anche atteggiamenti, mi è stato garantito il sostegno nei momenti di difficoltà. Sono stato benissimo qui, ma la famiglia è davanti a tutto. Ho avuto contatti con tre società del Nord, ma volevo riavvicinarmi a mia moglie e mio figlio. Col presidente ci siamo detti che magari tra un paio d’anni ci vediamo… Da avversario, dipenderà dal girone”.
Al direttore sportivo Antonio Obbedio il legame che si recide fa un po’ male. “Per me è difficile accettare la separazione dal mister, sono anche un po’ incazzato – ride -. Non è facile rimediare a qualche errore di chi come me è deputato a costruire la rosa, ma Lopez non s’è mai lamentato, lavorando col materiale che aveva tra le mani. Ha avuto coraggio di far giocare anche sei o sette giovani tutti insieme e i due 2009 che sono stati la ciliegina della torta sull’annata”. Il riferimento d’obbligo è al fantasista Thomas Simonelli e al difensore Matteo Trapletti, gettati nella mischia verso fine regular season.
L’orizzonte è tracciato dal vertice societario: “Sali è importante che si confermi: questo è l’obiettivo per l’anno prossimo. Poi devono essere gli altri giovani a fare lo stesso. Siamo anomali nel mondo della serie C: siamo secondari nel territorio, la categoria è qualcosa di molto importante – sottolinea Andreoletti -. Non fa parte della nostra dimensione e possibilità affermare di voler vincere il campionato. Lo spirito è ottenere il massimo dei risultati possibili coi mezzi e con i giocatori che siamo in grado di mettere a disposizione”.
La mission societaria non si sposta di un millimetro col cambio della guardia. “Tre Under in squadra sono frutto di scelte tra il nostro vivaio e quelli altrui. Giocando a calcio ho imparato a prenderle e a darle nel rispetto delle regole. La Primavera e le giovanili sotto sono arrivate a giocarsi le fase finali: un motivo di grande soddisfazione. I nostri giocatori sanno mettersi in gioco anche nella vita di tutti i giorni – prosegue il colzatese, ormai vertovese da decenni, in sella dal 1999 -. Pensare di vincere il campionato resta un sogno, certo. Ho 71 anni, ci riuscimmo già una volta, magari succederà prima che io passi la mano, sperando che il Padreterno mi lasci ancora qualche tempo. Ora come ora mi attengo ai principi ispiratori dell’imparare a prenderle e darle nel rispetto delle regole da trasmettere ai giovani. Sono cresciuto nella Vertovese, c’era gente di spessore come Zambaiti del Leffe. S’impara sacrificandosi. Mia moglie si arrabbiava quando spendevo soldi e tempo per il calcio, purtroppo non è più qui a rimproverarmelo. L’Italia fuori dai Mondiali tre volte di fila? Non c’è più attenzione alla formazione, ma l’ambizione ad arrivare primi, perché la governance del calcio italiano è in mano ai singoli presidenti e non alla Federcalcio. Ecco le conseguenze sulla mancanza di competitività della Nazionale. Il calcio e lo sport dovrebbero avere la capacità di dare un indirizzo di crescita alla nostra gioventù”.
Tra plus e minus, tornando al romano che torna alla base, scegliere è impossibile. “Soffro intensamente ogni momento che ho vissuto e vivo, non ce n’è uno preferito agli altri. Mi ricordo tutto. Vorrei avere avuto un po’ più di fortuna su episodi e infortuni, non quelli muscolari ma i traumi facciali, alla schiena e simili. Non sono Alvini, in serie A non ci arrivo anche perché ho una certa età. Ho avuto contatti, ma l’asticella dell’AlbinoLeffe per me è il massimo. Ho potuto scegliere il campo su cui allenarmi, ho avuto gente con me di una competenza straordinaria, ho potuto lavorare in una palestra che sembra un’astronave. Doumbia e Zoma sono cresciuti con la mia gestione, è vero, ma Sali è stata un’intuizione di Obbedio, l’abilità nostra è tirargli fuori le loro. Un momento particolare del nostro rapporto? Prima della partita col Brescia, vedevo il direttore che parlava con la cabina del FVS. Poi abbiamo vinto e ci siamo abbracciati. Il mio auspicio è continuare ad allenare, non ho l’ambizione di fare carriera“.
Il diesse, infine, traccia l’identikit dell’uomo nuovo sulla tolda di comando. Al Campus AlbinoLeffe le regole sono chiare: “La cosa che mi ha reso più orgoglioso è quello che Lopez ha creato e lasciato. Tre anni sono tanti. Questo saluto mi rende orgoglioso, è stato più bergamasco di tanti nei fatti. L’obiettivo primario è mantenere la categoria con un livello delle concorrenza che si alza. Andreoletti è in sella da 27 anni e altrove cambiano spesso le proprietà. Quello che è stato costruito non è facile, risponde alla filosofia di valorizzare il settore giovanile coniugandolo con la salvezza il più velocemente possibile. Questi tre anni, tra filosofia dei giovani e modulo, oltre al bel gioco, indirizzeranno anche la ricerca del profilo del nuovo allenatore. La storia va rispettata. Qui vige il rispetto del ruoli: il presidente non ha mai telefonato al mister in tre anni, io ho potuto fare la squadra in maniera serena e tranquilla. Io giro tanto, vedo molte partite, l’allenatore guarda i video: il profilo deve continuare a essere quello di un grande lavoratore che si rispecchi nella storia del club. I nostri over hanno venticinque anni di media, non sono così over”. Esseffe