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Il diesel russo e l’ironia della storia

Il diesel russo e l’ironia della storia

Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato, dopo un colloquio con Vladimir Putin, un accordo per riportare sul mercato americano e internazionale importanti quantità di diesel russo: oltre 300mila tonnellate immediatamente, altre 500mila in novembre e un ulteriore milione successivamente. Per consentire l’operazione, Washington ha temporaneamente sospeso parte delle restrizioni che impedivano l’importazione del carburante russo, autorizzandola fino all’aprile 2027.
Il dato economico, da solo, non sarebbe forse straordinario. Lo è invece il suo significato politico.
Nel 2022 l’Occidente aveva costruito una parte decisiva della propria strategia sulla convinzione che isolare progressivamente la Russia, ridurne gli introiti energetici e aumentarne il costo della guerra avrebbe potuto modificarne il comportamento. Nell’ottobre 2026 gli Stati Uniti fanno temporaneamente il contrario: riaprono una parte del mercato al diesel russo perché hanno bisogno di contribuire ad abbassare i prezzi americani diventati molto elevati anche a causa della guerra contro l’Iran e, contemporaneamente, sperano che il beneficio economico possa “ammorbidire” Mosca e riportarla verso il negoziato.
È difficile non coglierne l’ironia.
La Russia, che avrebbe dovuto essere progressivamente espulsa dal sistema economico occidentale, torna utile proprio alla principale potenza occidentale; la pressione economica, che avrebbe dovuto costringere Putin a modificare la propria politica, viene parzialmente allentata nella speranza che la concessione ottenga ciò che la coercizione non ha ottenuto.
Non significa che Putin abbia vinto la guerra, né che le sanzioni siano state inutili. Significa qualcosa di più semplice e forse più interessante: gli interessi delle grandi potenze mutano con le circostanze e, quando cambiano, anche principi e strumenti che sembravano irrevocabili possono essere sottoposti alla ragion di Stato.
C’è poi un ultimo paradosso. Gli Stati Uniti stanno chiedendo a Kyiv di sospendere gli attacchi contro le raffinerie russe, uno degli strumenti con cui l’Ucraina era riuscita a trasferire sul territorio dell’avversario una parte consistente del costo economico della guerra; Washington spera che questo gesto, insieme alla riapertura delle esportazioni russe, possa ottenere da Mosca una risposta negoziale. Al momento, tuttavia, non esiste ancora un cessate il fuoco energetico realmente consolidato e gli attacchi sono proseguiti.
Quattro anni dopo l’invasione, dunque, resta valida forse più che mai una delle conclusioni di questo articolo: la potenza consente di infliggere enormi costi all’avversario, ma non garantisce di poterne determinare la volontà.
E il diesel russo che torna sul mercato americano costituisce, nel suo piccolo, una rappresentazione quasi perfetta di questa verità.
Professor Silvano Tramonte