Skip to content

Conoscendo Fabio che ha bruciato la maglia di de Roon e che è una persona bellissima, dal cuore grande

Conoscendo Fabio che ha bruciato la maglia di de Roon e che è una persona bellissima, dal cuore grande
E così il mostro in prima pagina non solo non è l’orco delle favole, ma è il suo esatto contrario, una persona gentile, divertente e di cuore, appassionato di calcio, di arte, di politica e di altri misteri, insomma uno raro, a cui si vuole un mondo di bene dopo appena una serata passata insieme.
Prima l’uomo: Fabio Acquaroli, classe 1952, imprenditore bergamasco in pensione, diventato famosissimo in questi giorni per aver bruciato nel braciere di casa sua la maglia di de Roon, gesto criticato più o meno da ogni giornalista sportivo italiano, io che scrivo compreso, appena dopo che il video del rogo era diventato virale sui social, scatenando la gogna mediatica che in Italia va tanto di moda.
Poi l’occasione: ieri sera in Città Alta, al ristorante il Pianone per la presentazione della prima squadra del Villa Valle, club di Serie D meraviglioso sia per i risultati calcistici che per i valori dei suoi dirigenti, l’idea di essere innanzitutto una famiglia, e la mission, quella di costruire uomini prima ancora che calciatori.
Quindi il racconto. Clima divertentissimo, io e Fabio iniziamo a chiacchierare fitto fin da subito. Parliamo di pace, di quanto per tutti e due il genocidio in Palestina sia un pugno al cuore, un pensiero costante che toglie un pezzettino della felicità necessaria che serve a vivere bene. Subito sento la magia di quando m’imbatto in qualcuno di speciale. Come se fosse normale, dopo un quarto d’ora siamo già a raccontarci le rispettive esistenze, la sua gioventù negli irripetibili e favolosi anni delle contestazioni, la mia, le nostre imprese, gli amici che ne fanno parte, tra i suoi Luca Percassi. Con Fabio si ride, ma non si ha alcuna paura di andare a scavare nella propria anima e nel proprio passato.
Arriviamo all’Atalanta e al “folle” gesto, incredibilmente ridimensionato. “Era una goliardata fatta per il mio gruppo di amici. Siamo tutti nerazzurri abbastanza sfegatati. Ho fatto il video per farci una risata pensando rimanesse lì, privato, tra di noi. Dopo poco era un putiferio, le immagini avevano fatto il giro del mondo. Sono finito persino sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport… Intanto il mio primo pensiero va a de Roon e alla sua famiglia, le mie scuse…”. Ma poi Fabio, e qui ne ho intravisto ancora la grandezza, non ha paura a raccontarmi cosa sente: “Però de Roon proprio a Roma doveva andare? Ci mancava si facesse ingaggiare dal Brescia… Io Marten lo amavo. Vuoi andare a giocare? Vai al Bologna…”. Si ride, parecchio, “che l’olandese abbia scelto la Roma per via dei colori giallorossi, quelli della nostra città?”.
La serata scorre piacevole. Io e Fabio non siamo allo stesso tavolo, ma ci cerchiamo. Nel salutarci ci ripromettiamo di ritrovarci una sera di queste a cena. Io mi fermo ancora un po’ col pres del Villa Valle, il Pier. A lui chiedo del suo amico, appunto Fabio, “una persona incredibile, sempre pronta a dare una mano a chi ha bisogno, un uomo colto e molto intelligente. La maglia bruciata? L’aveva comperata a duemila euro per aiutare la pediatria. Fai tu…”.
Più o meno all’una torno a casa portandomi nel mio appartamento una manciata di pensieri: quanto i social riescano a ingigantire quel che ci capita, trasformando uno scherzo in una questione di stato, un uomo buono in un mostro, e quanto, ancora, dobbiamo imparare ad usarli, ridimensionandone l’immenso potere perché la realtà è un’altra. Non è Facebook.
Matteo Bonfanti