Ci sono storie che magari nessuno conosce. Storie belle, profonde, genuine. Storie che raccontano un calcio che è prima di tutto passione: quella passione che nasce da un bisogno, da un desiderio che cresce dentro e non ti lascia più. Ma è anche una passione che si scontra con la vita di tutti i giorni, con un percorso che va avanti comunque, senza chiedere permesso, costringendoti a lasciare qualcosa indietro.
E tra le cose più difficili da lasciare c’è proprio quella maglia.
Una maglia che diventa una seconda pelle.
Una maglia che non sei mai davvero pronto a toglierti.
Perché dietro quella maglia c’è tutto: un ragazzo diventato uomo, sacrifici, orgoglio, onore, una passione tramandata. C’è un paese intero. C’è una storia ben precisa.
La storia di Alessandro Frosio, classe 1999, di Sant’Omobono Terme, capitano dell’Accademia Sportimagna. Ma, come dice sempre lui, semplicemente: “Valle Imagna”.
Dove tutto nasce: un pallone, un padre, un campo
Il suo percorso parte da lontano, da quando il calcio era solo felicità pura, senza pressioni, senza pensieri.
“Ho iniziato a giocare a calcio da piccolissimo, ancora prima di entrare in una squadra vera e propria. Andavo già al campo con mio papà, che oggi compie gli anni, (Marco Frosio, altro volto importante del nostro calcio perché ha giocato fino a 49 anni tra Valle Imagna, Villa d’Almè e Ponte Giurinese). La mia prima squadra è stata la Polisportiva Ponte Giurinese, calcio a 7, e lì mio papà faceva anche l’allenatore.”
Un inizio che è già famiglia, già appartenenza.
“In quei quattro anni ho vissuto un po’ di tutto: il primo anno siamo arrivati ultimi, ne prendevamo anche dieci da tutti perché eravamo due anni sotto età. Poi però siamo cresciuti, abbiamo fatto un anno a metà classifica e gli ultimi due anni li abbiamo vinti entrambi. Ho fatto tanti gol, ma soprattutto eravamo un gruppo davvero unito, una bella squadra.”
La crescita e le scelte
Il talento cresce, il percorso continua.
“Sono passato al Valle Imagna dove ho fatto due anni, poi sono andato al Villa d’Almè, quello che oggi tutti conoscono come Villa Valle. Lì ho fatto tutta la trafila delle giovanili fino a quando, dalla Juniores, mi hanno fatto salire ad allenarmi con la Prima Squadra.”
Un sogno che prende forma, ma che porta con sé anche sacrifici.
“Giocavo il sabato con la Juniores, dove per un periodo sono stato anche capitano, e la domenica ero convocato in Prima. Nelle stagioni 2016/17 e 2017/18 ero in pianta stabile in Prima Squadra, ma ho giocato poco: sono partito titolare solo una volta, a Merate, una partita che abbiamo vinto 1-0.”
Poi arriva il momento delle scelte, quelle vere.
“In quegli anni mi stava passando un po’ la voglia, non tanto per il calcio in sé, ma per tutto quello che c’era attorno: tre allenamenti a settimana, il sabato e la domenica impegnati, e nel frattempo avevo iniziato l’università a Monza. Non mi sono mai trasferito, facevo avanti e indietro, e il calcio a quei livelli diventava un impegno davvero troppo grande da sostenere.”
E così la decisione.
“Ho scelto di tornare al Valle Imagna nella stagione 2018/19, e da lì sono rimasto fino ad oggi. Siamo ripartiti dalla Terza Categoria, abbiamo fatto tre campionati arrivando sempre ai playoff, poi siamo saliti in Seconda e anche lì abbiamo fatto tre stagioni sempre a metà classifica.”
Il calcio come bisogno
Ma il calcio, per Alessandro, non è mai stato davvero in discussione.
“Per me il calcio è una passione vera. Ci ho sempre giocato, fin da piccolo. Quando finivo scuola alle elementari alle 12:30, andavo a casa, mangiavo e dalle 14:00 fino alle 19:30 ero al campetto. Non importava il tempo: sole, pioggia o neve, noi eravamo sempre lì.”
E oggi quella sensazione è la stessa.
“Anche nei momenti in cui ho pensato di smettere, sono stati pensieri che sono durati pochissimo. Giocare a calcio non è mai stato in discussione e finché ne avrò la possibilità continuerò a farlo. È bello giocare, è bello stare con gli amici, fare due chiacchiere, sfogarsi. Sono due ore in cui non pensi al lavoro, allo studio o a qualsiasi altra cosa: pensi solo a divertirti.”
Identità in campo
Il suo ruolo racconta molto del suo modo di essere.
“Ho sempre fatto ruoli di centrocampo: mediano, mezz’ala, trequartista. Ma quello che sento di più è il trequartista, il numero 10. Mi piace giocare dietro le punte, perché posso girarmi, cercare l’imbucata, fare assist o anche provare la conclusione.”
Una scelta di cuore, prima ancora che tecnica.
“I ruoli più di regia magari sono più comodi, ma ti danno meno quello stimolo continuo. Io ho bisogno di sentire quella libertà, quella possibilità di fare la giocata.”
Chi ti cambia il percorso
Nel calcio, come nella vita, ci sono incontri che fanno la differenza.
“Tra gli allenatori che mi hanno segnato metto sicuramente mio papà, perché mi ha allenato per quattro anni. Poi Mario Cordoni al Villa d’Almè, che era molto bravo con i ragazzi e sapeva gestire lo spogliatoio. Al Valle Imagna mi sono trovato benissimo con Roberto Salvi, uno che ci metteva sempre il cuore.”
Ma c’è un nome che torna con più forza.
“Giorgio Vassena è forse quello con cui mi sono trovato meglio. In un periodo in cui giocavo più per divertirmi e per stare con gli amici, è stato lui a farmi tornare la voglia di fare le cose seriamente. Mi ha fatto ricordare cosa significa avere ambizioni, cosa vuol dire giocare a calcio in un certo modo. Se oggi penso di fare un salto in una società più ambiziosa, è anche grazie a lui.”
L’addio che pesa
E poi c’è il presente. Quello che fa male.
“Domenica giocherò la mia ultima partita con l’Accademia Sportimagna. Solo a dirlo mi viene il magone. Sicuramente farò un discorso ai miei compagni prima della partita, ma non tanto per motivarli per la gara.”
Perché il punto è un altro.
“Noi non siamo mai stati solo una squadra di calcio. Siamo stati un gruppo di amici, persone che vengono dallo stesso posto. Io sono sicuro che il bene che mi vogliono loro è lo stesso che provo io per loro, ed è qualcosa di grande.”
E allora sarà impossibile restare freddi.
“Sarà un momento toccante, ci sarà qualche lacrima. Però sento che è un passaggio necessario. Farà male, ma allo stesso tempo sento che è il momento giusto: ora o mai più.”
Un amore che resta
Perché ci sono cose che non cambiano.
“Potrò indossare qualsiasi altra maglia in futuro, ma la mia squadra del cuore resterà sempre il Valle Imagna, davanti a tutto, anche alla Juve.”
E poi il significato più profondo.
“Quando giochi per il tuo paese, con lo stemma sul petto, rappresenti il posto dove sei nato e cresciuto. Non c’è niente che possa renderti più orgoglioso, al di là dei risultati o della categoria.”
Guardando avanti
Il futuro è già iniziato.
“L’anno prossimo sarà un periodo di cambiamento: mi trasferirò a Nembro, inizierò la convivenza con Arianna, tante cose cambieranno e dovrò trovare un equilibrio.”
Ma una certezza resta.
“Il calcio continuerà a essere una parte fondamentale della mia vita. Mi piacerebbe provare a salire di categoria, confrontarmi con un livello più alto, con giocatori e squadre nuove. Voglio dimostrare, prima di tutto a me stesso, che posso esserci anche lì.”
Il calcio nella vita
Una passione che diventa anche lavoro.
“Faccio il terapista della neuro psicomotricità dell’età evolutiva. Lavoro con i bambini nelle scuole, faccio progetti di psicomotricità e multisport, e quando si parla di calcio mi sento particolarmente a mio agio. Anche in ambulatorio lavoro con chi ha più difficoltà.”
E il filo conduttore è sempre lo stesso.
“Il movimento è espressione, è gioco. Ed è proprio giocando che i bambini imparano. Per questo lo sport sarà sempre una parte fondamentale della vita.”
Gli ultimi momenti da vivere fino in fondo
E intanto, questo finale ha un sapore speciale.
“Il momento più bello della stagione è stato l’inizio, con la preparazione e tutta la prima parte di campionato fino alla pausa invernale. C’era un nuovo mister, molto preparato, che puntava tanto sul gioco palla a terra, e gli allenamenti erano stimolanti e divertenti.”
Ma anche il presente ha il suo valore.
“Questo ultimo periodo lo sto vivendo in modo diverso, con più consapevolezza. Lo sto prendendo come un allenamento personale, con fame e determinazione, e i risultati si stanno vedendo: sto segnando, e tra questi c’è anche lo splendido gol contro i campioni del Ponteranica.”
Il grazie finale
E alla fine, restano le persone.
“Ringrazio tutti: i miei compagni, dal primo all’ultimo, gli allenatori che ho avuto, la società, la dirigenza, e anche tutte le persone che lavorano dietro le quinte, che sistemano il campo e rendono possibile tutto questo.”
E poi la famiglia.
“I miei genitori mi hanno sempre accompagnato e vengono a vedermi ogni volta come se fosse una finale di Champions League.”
Ci sono storie che non finiscono con un fischio finale.
Ci sono addii che non chiudono, ma trasformano.
Domenica Alessandro Frosio giocherà la sua ultima partita con quella maglia. Ci saranno occhi lucidi, abbracci lunghi, parole che pesano più del solito.
Ma la verità è che certe cose non finiscono mai davvero.
Perché puoi toglierti una maglia, puoi cambiare spogliatoio, puoi iniziare una nuova strada. Ma non puoi lasciare ciò che ti ha costruito.
E allora no, non sarà un addio.
Sarà semplicemente il momento in cui un ragazzo diventa uomo…
senza smettere mai di essere, per sempre,
Valle Imagna.
A.S.



