Oggi una partita delle Azzurre occupa la prima serata, alimenta discussioni sui social e compare nello stesso ecosistema digitale di statistiche, pronostici e portali come Safecasino Italy. Per decenni, però, alle calciatrici non venne chiesto come giocassero, bensì perché volessero farlo. La crescita attuale nasce da una battaglia contro divieti, dilettantismo imposto e una visibilità concessa quasi sempre a condizioni peggiori rispetto agli uomini.
Le pioniere del 1933: Un campo preso in prestito
La prima pagina riconoscibile si scrisse a Milano. Nel 1933 alcune ragazze fondarono il Gruppo Femminile Calcistico e disputarono la prima gara ufficiale l’11 giugno. Si allenavano nei giardini di Porta Venezia, cercando spazio in una città già innamorata del pallone. Il regime fascista ostacolò presto l’iniziativa: il calcio non rientrava fra le attività considerate adatte alle donne.
Il movimento riemerse nel dopoguerra. Il 23 febbraio 1968, a Viareggio, una selezione italiana scese in campo contro la Cecoslovacchia. Non fu una semplice partita di rappresentanza. Poche settimane più tardi nacque la Federazione Italiana Calcio Femminile, mentre il massimo campionato cominciava un percorso fatto di cambi di sigla, divisioni e ricomposizioni. Fino alla metà degli anni Ottanta mancò una casa stabile. Soltanto nel 1986 il settore entrò nella FIGC, nell’ambito della Lega Nazionale Dilettanti. Le donne giocavano già da decenni.
Le Azzurre prima del pubblico: Finali quasi dimenticate
Sul piano internazionale l’Italia raggiunse risultati che il racconto sportivo nazionale ha conservato male. Partecipò al primo Mondiale FIFA del 1991, arrivando ai quarti, e disputò due finali europee, nel 1993 e nel 1997. Le perse contro Norvegia e Germania, ma in quella squadra brillava Carolina Morace, autrice di 105 reti in 153 presenze azzurre.
Erano successi senza un’adeguata cassa di risonanza. Le partite trovavano poco spazio in televisione, i club disponevano di mezzi limitati e molte atlete conciliavano allenamenti, lavoro e studio. Il talento esisteva; mancava una struttura capace di renderlo visibile e continuativo.
Francia 2019: Il momento in cui l’Italia guardò
Il vero spartiacque popolare arrivò al Mondiale del 2019. L’Italia di Milena Bertolini raggiunse i quarti e la partita contro il Brasile, prima gara delle Azzurre trasmessa su Rai 1, raccolse 7 milioni e 322 mila telespettatori, con il 32,8 per cento di share. Sara Gama, Barbara Bonansea e Cristiana Girelli uscirono dalla cerchia degli appassionati.
Quel torneo mostrò che il pubblico non era assente per natura. Aveva semplicemente ricevuto poche occasioni per conoscere squadre e protagoniste. Da allora sono cresciuti la copertura televisiva, gli investimenti dei grandi club, l’attenzione degli sponsor e la presenza delle competizioni femminili nei palinsesti del betting.
Il professionismo: Una parola diventata contratto
Dalla stagione iniziata nel 2022 la Serie A femminile è professionistica. La FIGC è stata la prima federazione sportiva italiana a introdurre questo status per le donne. Il passaggio ha portato contratti, contributi previdenziali e tutele più definite, senza cancellare la distanza economica dal calcio maschile.
Secondo ReportCalcio, tra il 2008 e il 2024 le tesserate sono più che raddoppiate, avvicinandosi a quota 50 mila. Le ragazze tra 10 e 15 anni sono passate da 6.628 a 19.958. Nel 2025 l’Italia è inoltre tornata in semifinale europea dopo ventotto anni, perdendo con l’Inghilterra soltanto ai supplementari.
Il futuro possibile: Crescere senza fingere
La prospettiva è favorevole, ma i bilanci obbligano alla cautela. Nella stagione 2024 e 2025 ogni società di Serie A ha registrato ricavi medi vicini a 1,2 milioni di euro, mentre il costo del personale ha toccato in media i 3,5 milioni. Il pubblico, intanto, si è mosso nella direzione opposta: rispetto al 2021 e 2022 le presenze negli stadi sono triplicate e le partite trasmesse in chiaro raccolgono mediamente più di 300 mila spettatori. Interesse e sostenibilità economica, però, procedono ancora a velocità diverse.
La nuova passione italiana esiste. Per durare avrà bisogno di settori giovanili, impianti accessibili, diritti televisivi stabili e club capaci di sostenere gli investimenti.