Il Premio Scouting Emiliano Mondonico celebra la carriera di Adelio Moro
San Pellegrino Terme – Prima calciatore ad alti livelli, poi allenatore e infine osservatore, con un’esperienza di oltre vent’anni dedicata alla ricerca di nuovi talenti per l’Inter. Adelio Moro, classe 1951, centrocampista dotato di ottima tecnica, ha condiviso il campo con grandi campioni e, successivamente, ha saputo individuare giovani destinati a diventare protagonisti del calcio internazionale.
Lunedì 5 ottobre, al Bigio di San Pellegrino Terme, ha ricevuto dal Comitato Coppa Angelo Quarenghi il “Premio Scouting Emiliano Mondonico”, riconoscimento assegnato in precedenza a Marino Magrin, Giancarlo Finardi e Mauro Bianchessi.
Il presidente del Comitato, il dottor Giampietro Salvi, ha sottolineato il valore del lavoro svolto da Moro, premiandolo con queste parole: “Un premio meritatissimo. La grandezza di Adelio è stata quella di capire prima di altri quei ragazzi che hanno classe, talento e la struttura mentale per crescere e reggere poi la pressione di un top club”.
Gli inizi all’oratorio e il provino che cambiò il suo futuro
Il riconoscimento rappresenta una tappa significativa di un percorso iniziato oltre sessant’anni fa, quando il calcio era soprattutto una passione da coltivare nei campi degli oratori e nelle squadre del territorio.
“Ho iniziato all’oratorio come tutti i bambini, era il punto di riferimento per chi aveva la passione per questo sport. Poi verso i 10 anni ho cominciato a entrare in squadra, che si chiamava Fiorita, poi nella Romanese che era la squadra del paese. I dirigenti della Romanese conoscevano delle persone a Torino e mi portarono a fare un provino per la Juventus”, ricorda Moro.
Il provino con la Juventus ebbe un esito positivo, ma a osservare il giovane calciatore c’era anche un rappresentante dell’Atalanta. Le sue origini bergamasche contribuirono a indirizzare diversamente la carriera.
“Mi scelsero, ma in quel provino c’era un osservatore dell’Atalanta, che ha visto che ero di Romano di Lombardia e da lì, quando sono tornato a casa, mi sono trovato un dirigente dell’Atalanta in casa. Convinsero me e la mia famiglia a giocare per loro”.
La crescita nell’Atalanta e la promozione con la Cremonese
L’approdo alle giovanili dell’Atalanta segnò una fase importante della formazione sportiva di Moro. Inseritosi progressivamente nel gruppo, il centrocampista ebbe modo di crescere in un ambiente attento alle qualità dei giovani e di raggiungere la formazione Juniores, con cui conquistò il Torneo di Viareggio.
“Alle giovanili dell’Atalanta è stata una bellissima esperienza. Eravamo un gruppetto di giovani, hanno visto che avevamo delle qualità e allora ci hanno seguito con grande attenzione. Mi sono inserito piano piano nel gruppo, arrivando a giocare con l’allora Juniores e vincemmo il Viareggio”.
In quella stagione, mentre l’Atalanta militava in Serie B, Moro venne ceduto in prestito alla Cremonese, impegnata in Serie C. L’esperienza si rivelò positiva e preparò il terreno per un ulteriore salto di qualità.
“Quell’anno l’Atalanta era in serie B e sono stato mandato in prestito alla Cremonese, in C. Andò bene e la stagione successiva, con i Bortolotti al comando, è stata fatta una squadra con tanto spazio per i giovani, che vinse la Serie B. In Serie A mi sono confermato, poi sono andato all’Inter nel 1972”.
San Pellegrino Terme, un luogo speciale nella memoria del centrocampista
Il legame con San Pellegrino Terme va oltre il premio ricevuto. Nel corso della carriera da calciatore, Moro ha infatti trascorso quattro ritiri nella località bergamasca, sviluppando un rapporto affettivo con il paese e con le persone che contribuirono alla sua crescita.
“San Pellegrino Terme è un paese che ho nel cuore avendoci fatto quattro ritiri, praticamente sono diventato un sanpellegrinese d’adozione”.
Tra i ricordi più significativi figurano le passeggiate lungo il Brembo, il campo sportivo gremito di tifosi e il fascino del Grand Hotel.
“Ne ho di bellissimi, si stava 20 giorni e si passeggiava sul Brembo, il campo sempre pieno di gente, il Grand Hotel… la sera non potevamo nemmeno uscire, c’erano un sacco di tifosi”.
Angelo Quarenghi e Alfredo Calligaris, due figure fondamentali
A legare ulteriormente Moro alla località bergamasca è stata la conoscenza di due importanti professionisti dello sport: il medico sanpellegrinese Angelo Quarenghi e il preparatore atletico Alfredo Calligaris.
Entrambi ebbero un ruolo significativo nel suo sviluppo fisico, sostenendolo in una fase in cui la corporatura piuttosto gracile rappresentava un aspetto da migliorare.
“Ho poi avuto la fortuna di conoscere il medico sanpellegrinese Angelo Quarenghi e il preparatore atletico Alfredo Calligaris, mi hanno aiutato moltissimo sotto l’aspetto fisico, entrambi hanno fatto in modo di portare avanti la mia crescita perché ero piuttosto gracile. Sono molto affezionato a entrambi”, racconta.
Dalla panchina alla ricerca di nuovi talenti
Dopo quindici anni da calciatore, Moro intraprese una nuova fase professionale, dedicandosi per dieci anni all’attività di allenatore. Lavorò come secondo di Mircea Lucescu al Brescia e alla Reggiana, fino alla partenza del tecnico, che avrebbe voluto portarlo con sé all’estero.
Stanco e già impegnato nella vita familiare, Moro preferì non accettare la proposta. Desiderava allenare in autonomia, ma dopo un anno senza ricevere offerte arrivò una telefonata destinata a cambiare ancora una volta il suo percorso.
“Non era nelle mie idee essere uno scout. Dopo 15 anni da giocatore ne ho fatti 10 da allenatore, ero il secondo di Lucescu al Brescia e alla Reggiana, poi lui è andato via. Mi voleva portare all’estero, ma io ero stanco, e non me la sono sentita, avevo già famiglia. Volevo allenare per conto mio, ma ho fatto un anno fermo perché nessuno mi ha chiamato. Poi ho ricevuto una telefonata da Giacinto Facchetti”.
Il rapporto con Giacinto Facchetti, nato negli anni trascorsi all’Inter, fu decisivo. I due erano amici e, durante il periodo da calciatori, avevano condiviso molto tempo insieme. Moro ricorda anche le difficoltà incontrate per affermarsi ai massimi livelli, raggiunti relativamente tardi, intorno ai 25 anni.
“Eravamo amici dai tempi dell’Inter, quando giocavamo eravamo sempre insieme. Sono diventato un giocatore abbastanza tardi, verso i 25 anni, i campioni con cui ho giocato all’Inter mi hanno insegnato tanto ed era difficile rubargli il posto”.
La svolta con il Mondiale Under 17 in Nuova Zelanda
Fu ancora Facchetti a offrirgli una nuova opportunità, proponendogli di avvicinarsi al mondo dello scouting. In quel periodo, diversi ex calciatori dell’Inter venivano indirizzati verso l’attività di osservazione dei giovani.
“Tutti gli ex interisti venivano mandati a fare gli osservatori. Mi chiese se volessi provare al mondiale Under 17 in Nuova Zelanda e accettai. Ho seguito le nazionali più importanti del mondo e c’erano giocatori che poi sarebbero diventati importantissimi. L’esperienza mi è piaciuta e ho continuato”.
L’esperienza internazionale rappresentò l’inizio di una carriera nella quale la capacità di riconoscere in anticipo il potenziale dei calciatori sarebbe diventata la competenza principale.
Adriano, l’Imperatore individuato prima dell’esplosione
Tra le intuizioni più celebri di Adelio Moro figura la segnalazione di Adriano, destinato a diventare uno dei giocatori più conosciuti della storia recente dell’Inter.
La vicenda risale all’ottobre del 1999, quando Moro, dopo il Mondiale Under 17, inviò le proprie relazioni alla società nerazzurra. Facchetti gli chiese se avesse individuato qualche talento brasiliano particolarmente interessante. In quel momento, il club doveva affrontare la situazione di Vampeta, che non desiderava rimanere in Italia e voleva tornare al Flamengo. La società brasiliana era disposta a uno scambio con un giovane calciatore.
Moro indicò proprio Adriano, convinto che fosse già pronto per confrontarsi con la prima squadra.
“Con Adriano è stata una combinazione. Era il 1999, a ottobre, io dopo il mondiale Under 17 mandai le mie relazioni all’Inter e Facchetti mi chiese se avessi visto qualcuno di forte dal Brasile. La società aveva un problema con un giocatore, Vampeta, che non voleva stare in Italia, voleva tornare al Flamengo e la squadra brasiliana l’avrebbe scambiato per uno dei loro giovani e io segnalai di prendere Adriano. Mi era piaciuto perché lo vedevo già pronto per la prima squadra”.
Il trasferimento all’Inter aprì la strada alla consacrazione del giovane brasiliano. Una prestazione particolarmente convincente contro il Real Madrid, in un’amichevole, contribuì a far emergere il talento che il pubblico avrebbe poi imparato a conoscere come “l’Imperatore”.
“Lo portarono all’Inter e da lì, dopo una prestazione ottima contro il Real Madrid in amichevole, diventò l’Adriano che conosciamo tutti”.
Dal 1999 al 2021, oltre vent’anni di scouting nerazzurro
La scoperta di Adriano rappresentò uno degli episodi più significativi della terza fase professionale di Moro, successiva alle esperienze da calciatore e allenatore.
Dal 1999 al 2021, l’ex centrocampista lavorò come osservatore per l’Inter, mantenendo un ottimo rapporto con Piero Ausilio e seguendo da vicino l’evoluzione del mercato calcistico internazionale.
“Da lì in avanti ho lavorato con Ausilio, con cui ho avuto un ottimo rapporto, dal ’99 al 2021 ho fatto l’osservatore”.
In oltre due decenni, il lavoro di scouting è cambiato profondamente, soprattutto grazie alla diffusione della televisione e alla possibilità di analizzare partite disputate in ogni parte del mondo.
“Con l’avvento della televisione, il mestiere è cambiato tantissimo: le squadre hanno adottato metodi per seguire partite da tutto il mondo, quindi durante il giorno lavoravi guardando 4 o 5 partite di fila, si individuava il giocatore e poi, in caso di profili interessanti, si mandava lo scout a seguirli dal vivo per compilare una relazione. Io ho analizzato giocatori come Perisic, Kovacic, Brozovic. Seguivo molto la Croazia”, spiega Moro.
Tra i calciatori esaminati figurano dunque Ivan Perišić, Mateo Kovačić e Marcelo Brozović, protagonisti di percorsi importanti nel calcio internazionale e osservati nell’ambito dell’attività di ricerca condotta per il club milanese.
Il calcio di oggi tra scuole calcio, passione e spazio ai giovani
Guardando all’attualità, Moro individua una differenza sostanziale rispetto agli anni in cui aveva iniziato a giocare: il progressivo ridimensionamento del ruolo degli oratori come luoghi di aggregazione e avviamento allo sport, sostituiti in larga parte dalle scuole calcio.
Secondo l’ex osservatore, la passione resta un elemento imprescindibile per chi sogna di raggiungere il professionismo, anche in un sistema nel quale emergere è estremamente difficile.
“Adesso il problema è che non ci sono più gli oratori, ormai le scuole calcio hanno preso il sopravvento: se un ragazzo oggi vuole giocare, deve avere passione, senza di quella non riescono a realizzare i loro sogni. Non è facile arrivare a certi livelli, ne arriva uno su chissà quanti”.
Moro osserva, tuttavia, anche alcuni segnali positivi nell’evoluzione del movimento calcistico, sottolineando una maggiore disponibilità delle squadre a concedere opportunità ai giovani. Un orientamento che, a suo giudizio, trova un esempio anche nella Nazionale.
“Oggi seguo ancora i campionati e vedo che le squadre sono più propense a far giocare i giovani, ne abbiamo l’esempio ora con la Nazionale”.
Un riconoscimento che premia esperienza, competenza e intuizione
Il Premio Scouting Emiliano Mondonico rende omaggio a una carriera sviluppata attraverso ruoli differenti, ma accomunata da una costante: la capacità di comprendere il valore dei calciatori e accompagnarne il percorso di crescita.
Dai primi passi a Romano di Lombardia alle giovanili dell’Atalanta, dall’esperienza in Serie A con l’Inter fino alla scoperta di talenti come Adriano, la storia di Adelio Moro racconta un calcio vissuto da prospettive diverse. Un percorso che si intreccia con la memoria sportiva di San Pellegrino Terme e con una professione che, pur trasformandosi nel tempo, continua a richiedere competenza, attenzione e capacità di guardare oltre le prestazioni del presente.
Foto: Irene Buccio
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